Disegnatrice e pittrice con Mirko, Afro, Cagli, respira nella capitale l’aria di un rinnovamento artistico, che inizia nel 1951 col “Manifesto del Gruppo Origine” di Burri, Capogrossi, Colla, nel solco di un ritorno al primordio junghiano. L’esoterico e lo spirituale sono l’eco che Elisa, nel suo profondo esistenzialismo, sente di più.
Attraverso le sperimentazione tecniche — incisione, tempera all’uovo, mosaico, oreficeria — esce dolce e sommessa la sua voce, che s’inclina ad ascendenze orientali, dopo l’incontro con la cultura cinese. L’Oriente diventa maestro di vita, anche negli anni ’70, quando segue le tendenze minimal con un segno netto, nero sul bianco.
Partecipa nel 1982 alla XL Biennale di Venezia con la serie La Montagna di Seghers, omaggio al pittore olandese del ’600. In Haiku (1986) e Giardino (1990), l’influenza orientale è netta, nei silenzi dei bianchi e nelle apparizioni di colori solari. Prosegue in grande formato con i fiori di Casablanca (1998) e i giardini trasparenti di Campi Elisi (1994), fino al ritorno del mosaico, che incide con forza cromatica e allude a un’estetica islamica e barbarica.